Torniamo a parlare di una delle pratiche più amate (e temute) dagli Assistenti Sociali: la Supervisione. Quella che all'inizio ci sembrava una riunione in più tra le mille già in agenda, e che invece si è rivelata un salvagente emotivo.
Torniamo a parlare di una delle pratiche più amate (e temute) dagli Assistenti Sociali: la Supervisione.
Sì, proprio quella. Quella che all'inizio ci sembrava una riunione in più tra le mille già in agenda, e che invece si è rivelata un salvagente emotivo, uno spazio che non è solo un'occasione per analizzare i casi: è soprattutto un rifugio sicuro, dove gli Assistenti Sociali possono finalmente dare voce e forma ai propri vissuti emotivi, affrontare le sfide quotidiane e rinnovare la propria consapevolezza professionale.
Perché, diciamocelo, lavorare nel sociale è un po' come essere dentro una lavatrice emotiva a centrifuga continua: ascolti, accompagni, cerchi soluzioni, e intanto ti porti a casa emozioni che non sono le tue ma che, ops, ti ritrovi a rimuginare alle 2 di notte.
L'empatia come strumento di crescita
In questo spazio di confronto e riflessione, l'empatia gioca un ruolo centrale, non solo come capacità rivolta all'altro, ma anche come strumento per comprendere sé stessi, riconoscere le proprie reazioni, e rielaborare quelle che emergono nella relazione d'aiuto con le persone.
Essere empatici non è un riflesso automatico tipo "oh poverino", ma significa imparare a stare con le proprie emozioni senza esserne travolti, distinguere tra ciò che ci appartiene e ciò che nasce nell'incontro con l'altro.
Il pensiero di Laura Boella
In questo senso, tra tutti gli illustri autori dell'argomento, ci fa piacere condividere il pensiero filosofico di Laura Boella, in quanto offre chiavi di lettura preziose per il nostro lavoro: l'empatia, nella sua visione, non è solo un sentire spontaneo, ma un esercizio consapevole, etico e trasformativo.
Boella ci accompagna a riscoprire l'empatia come strumento di relazione e di crescita interiore, capace di rendere più profonde e autentiche le connessioni umane, anche (e soprattutto) quando si lavora con la sofferenza, la fragilità e il cambiamento — che implica ampliare la propria esperienza interiore per accogliere, senza invadere, quella altrui.
È, come lei stessa lo definisce:
"Il miracolo e il paradosso: fare esperienza di qualcosa che non è nostro, ma che ci cambia profondamente."
Una competenza da allenare
L'empatia, nella prospettiva di Boella, è una competenza da coltivare attraverso la pratica, anche attraverso errori, affinando la capacità di entrare in relazione senza annullarsi né schiacciare l'altro.
È uno strumento potente per costruire legami significativi, restituire dignità e favorire percorsi di cambiamento. Per noi Assistenti Sociali — ma anche educatori, counselor, insegnanti, e tutti quelli che lavorano con le persone — l'empatia ci è utile per:
- capire davvero l'altro
- capire noi stessi
- riconoscere quando ci stiamo facendo il "carico emotivo extra"
- fermarci un attimo prima di esplodere
E quindi?
L'empatia non è (solo) un superpotere da elargire a pioggia. È una competenza che si allena, si affina, si aggiusta strada facendo. E a volte, sì, si sbaglia pure. Ma fa parte del gioco.
Si riparte da qui: da una riflessione condivisa, da qualche lettura che ci fa mettere in discussione, e da quelle domande che ogni tanto è bene lasciarci ronzare in testa.
Ma occorre dirci anche che possiamo leggerne, parlarne, confrontarci, cercare definizioni migliori, ma c'è un punto in cui la teoria si ferma e inizia la pratica: perché, in fondo, l'empatia, prima di essere spiegata… va vissuta.
Social Work Care
Studio Associato · Supervisione Professionale
