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Tra casa e ufficio: il peso delle storie che ci portiamo dentro
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Tra casa e ufficio: il peso delle storie che ci portiamo dentro

31 luglio 2025 Social Work Care Benessere Professionale

Sono le nove di sera, stai preparando la cena e all'improvviso ti ritrovi a pensare a Marco, il ragazzo di sedici anni che oggi ti ha raccontato della violenza in famiglia con gli occhi che guardavano il pavimento.

Sono le nove di sera, stai preparando la cena e all'improvviso ti ritrovi a pensare a Marco, il ragazzo di sedici anni che oggi ti ha raccontato della violenza in famiglia con gli occhi che guardavano il pavimento. Oppure è domenica mattina e mentre bevi il caffè ti viene in mente che lunedì devi assolutamente chiamare il tribunale per quella segnalazione urgente. O ancora, sei al supermercato e vedi una famiglia che ti ricorda quella che stai seguendo e ti chiedi se stai facendo abbastanza, se le tue scelte professionali sono quelle giuste.

Questo è il lavoro sociale, dove il confine tra vita professionale e privata diventa spesso una linea sottile, quasi invisibile. Non parliamo solo di portarsi il lavoro a casa nel senso classico del termine, con le relazioni da scrivere o le telefonate da fare. Parliamo di qualcosa di più profondo: quel carico emotivo che si insinua nelle nostre giornate, nei nostri pensieri, nelle nostre notti e che trasforma il nostro salotto in un prolungamento dell'ufficio.

Le storie non hanno orari

Il punto è che noi operatori sociali lavoriamo con le persone, con le loro storie e con le loro sofferenze. E le storie non hanno orari. Non si spengono alle diciotto quando timbriamo il cartellino, non vanno in pausa il sabato e la domenica. Continuano a vivere dentro di noi, a interrogarci, a tenerci svegli.

Una collega raccontava: "Mio marito mi dice sempre che quando arrivo a casa ho lo sguardo di chi è ancora altrove. E ha ragione. Anche quando sono fisicamente presente, una parte di me è ancora sui casi, sulle persone che ho incontrato durante il giorno."

È un vissuto che riconosciamo tutti: quella sensazione di essere divisi, di non riuscire mai a essere completamente presenti. Il problema riguarda anche le nostre famiglie, i nostri partner, i nostri figli. Quante volte abbiamo sentito dire "ma tu ci sei con la testa?" durante una cena, o ci siamo accorti di aver risposto distrattamente perché stavamo pensando a tutt'altro?

Il paradosso della colpa

E poi c'è l'altro lato: la sensazione di colpa. Mentre cerchiamo di proteggere la nostra vita privata, di creare dei confini, di "staccare", dall'altra parte c'è sempre quella vocina che ci sussurra "ma sei un operatore sociale, dovresti essere sempre disponibile, sempre pronto ad aiutare."

La verità è che non possiamo aiutare nessuno se prima non impariamo a prenderci cura di noi stessi. E questo rappresenta la nostra responsabilità professionale.

Strategie pratiche per costruire confini

Ma come si costruisce questo confine tra casa e ufficio senza perdere l'umanità che rende il nostro lavoro così speciale?

Non esistono ricette magiche, ma qualche strategia pratica possiamo condividerla:

Riconoscere che è normale. Normalizzare il portarsi a casa le emozioni del lavoro, senza colpevolizzarsi.

Creare rituali di passaggio. C'è chi si cambia d'abito appena arriva a casa, chi fa una doccia, chi si concede dieci minuti di silenzio prima di rientrare nella vita familiare. Piccoli gesti che segnano simbolicamente il passaggio da un ruolo all'altro.

Condividere, ma non con chiunque. Trovare spazi protetti dove poter elaborare quello che ci si porta dentro, come in una sessione di supervisione. Ma anche i gruppi informali tra colleghi, le chiacchiere con chi fa il nostro stesso lavoro e può capire senza bisogno di troppe spiegazioni.

Dare un nome a quello che proviamo. Quella sensazione di pesantezza si chiama carico emotivo. Quella preoccupazione costante si chiama coinvolgimento professionale. Quella difficoltà a "staccare" si chiama identificazione. Dare un nome alle cose ci aiuta a riconoscerle, a gestirle, a non subirle.

Il coinvolgimento emotivo come risorsa

C'è anche un aspetto su cui riflettere: fino a che punto è giusto, e anzi necessario, portarsi a casa una parte del lavoro? Se fossimo completamente impermeabili alle storie che incontriamo, se riuscissimo a spegnere tutto, forse non saremmo così bravi nella nostra professione. Un po' di coinvolgimento emotivo è quello che ci permette di essere efficaci, di creare relazioni autentiche, di vedere oltre i fascicoli e i protocolli.

Il punto non è eliminare questo "travaso" tra lavoro e vita privata, ma imparare a gestirlo, a dosarlo, a non farsene travolgere. È un equilibrio delicato, che va trovato e ritrovato continuamente, che cambia con l'esperienza, con le fasi della vita e con le diverse situazioni che affrontiamo.

Conclusione

Quando ci sentiamo in colpa perché stiamo pensando al lavoro mentre dovremmo essere presenti per la nostra famiglia, ricordiamoci che anche questo fa parte del nostro essere umani. Non siamo macchine, non abbiamo interruttori per le emozioni. Siamo persone che hanno scelto un lavoro che tocca l'anima, che entra nelle pieghe più profonde dell'esistenza umana.

L'importante è non farsi schiacciare da questo peso, trovare modi per elaborarlo, per condividerlo, per trasformarlo in crescita. Non solo per noi, ma anche per tutte le persone che ogni giorno si affidano alle nostre competenze, alla nostra umanità e alla nostra capacità di esserci senza perderci.

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